| JIM POWER
Con oltre 200 colori su schermo, decine di strati di parallasse e animazioni dalla fluidità terrificante, la opera di Fernando Velez si presenta come il classico gioco a piattaforme del decennio passato mostrante una collaudata giocabilità ed una longevità concettualmente arcade. Il gioco alterna il platform con lo shoot'em up risultando efficace amalgama di due differenti stili; tramite un jet pack il protagonista spiccherà il volo attraverso un mondo allucinato, a volte oscurato da lampi sullo sfondo, ed avvolto da una sottile pioggia che fa da preludio alla tempesta. Qui si può riconoscere un chiaro tributo ad R-Type durante lo scontro con la astronave gigante, che punta i cannoni e che si abbatte a blocchi. Visioni bibliche di alieni-zombie ed eccessi cromatici estensivi riportano il nostro sulla terra ferma in sezioni alla Ghouls'n Ghosts dalla difficoltà ascensionale; per aumentare la prospettiva di vita media sarà d'obbligo raccogliere i potenziamenti dell'arsenale, che vanno a incrementare il rateo di fuoco o il numero di smart bomb sganciabili per livello, ma si dovrà anche tenere d'occhio il tempo e "allungarlo" acquisendo le apposite icone a forma di orologio. Vi è parecchia sostanza. Le piattaforme appaiono e scompaiono velocemente allo scopo di annullare i periodi di rastrellamento semi-disimpegnato, quelli in cui non si deve far altro che sparare ai nemici, quindi in prossimità della fine dei quadri si deve affrontare il classico colpo di frusta, l'ultimo apice di ostilità prima dello scontro col boss finale. E non è mai semplice uscirne vincenti. La monodirezionalità dello scrolling non è, in Jim Power, un fattore tranciante. Il level design è invece genuflesso alla arcaicità e si avvertono solo marginalmente i sintomi della ripetizione degli schermi; la imposizione del pattern, che per retaggio dei coin-op su processore Motorola 68000 tende a frustrare la tenacia del quindicenne prototipo, restituisce ad Amiga la tradizione della progressione laterale trenziana, esplodente come una partita a Turrican. All'interno di questa ricercata razionalità Velez immette delle routine comportamentali immutabili e fisse che pure reggono la confusione e che anche nella intrinseca ripetizione costituiscono il motore del gameplay. La assenza dei continue viene in ogni caso compensata dalla massiccia presenza di vite extra, recuperabili in destrezza già durante le fasi iniziali. Prevale la necessità di superare i livelli: folgorati dagli arancioni accesi del primo quadro, dal multiplayfield che mostra uno sfondo alieno di immane finezza, si proseguirà nella mansione di acrobati della piattaforma finanche a seguito della cessazione brutale della partita, proprio a un pixel dal boss del terzo stage. E vaffanculo se qualcuno è colto dallo scoforto di dovere rifarsi tutto: il commento sonoro di uno Huelsbeck in stato di assoluta grazia, impegnato a irradiare slapping di bassi sintetizzati e a immettere elettricità nel sound delle tastiere, che ascolti a ne vuoi ancora e sei quasi portato a morire volontariamente poiché ti vuoi risentire il brano del primo livello, aiuterà a reimmergersi senza troppi traumi nel pianeta dei mutanti. E questo è quanto il lettore deve sapere riguardo a Jim Power, opera che segue di qualche mese Risky Woods e che precede di circa un anno il masterpiece della Thalion, quel Lionheart che avrebbe chiuso quella che, in effetti, può essere vista come la trilogia del platform arcade per eccellenza su piattaforma Amiga.
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PRO |
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Tecnica grafica impeccabile |
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Sonoro struggente |
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CONTRO |
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Nulla da segnalare |
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