THE SECRET
OF MONKEY ISLAND Quando Guybrush Threepwood giuse
sull'isola di Melee aveva un unico pallino: diventare uno spavaldo e feroce pirata. A ogni
costo. Così eccoci al primo capitolo di Monkey Island con il personaggio
videoludico più sfigato e divertente della storia, con l'interfaccia punta e clicca della
Lucasfilm e con il punto più alto raggiunto dalla avventura grafica interattiva. Nel 1990
la struttura adventure ideata Ron Gilbert produceva quello che di lì a breve
sarebbe diventato lo standard grafico/ideologico dei giochi concepiti per il mouse,
dando di fatto il via a una corrente videoludica basata sul ragionamento
"intelligente". Perchè quando si comincia a familiarizzare con l'interfaccia di
gioco ci si accorge dell'enorme lavoro intellettuale svolto dai programmatori, di una
storia stupendamente narrata e di un concept che va di pari passo con
l'evoluzione tecnologica del videogioco per computer. Quando, più di una decade fa,
giocai per la prima volta all'opera Lucasfilm mi fu chiaro che avrei dedicato la mia
esistenza all'universo dei giochini elettronici, salvo poi scoprire che quel genere di
videogioco era destinato a estinguersi. Ma torniamo indietro....
Nel 1990 The Secret of Monkey Island
sconvolse tutti. Le riviste del settore decisero che si trattasse di uno dei migliori
videogiochi mai relizzati, quale che fosse la versione in esame (Amiga o PC). Bisogna dire
che Lucasfilm curò particolarmente la versione Amiga, sul fronte grafico tranquillamente
paragonabile alla veste in VGA del PC e infinitamente superiore sul fronte sonoro (Chris
Huelsbeck). Ma di questo vi parleremo a breve. Per il momento vi basti apprendere che, in
effetti, per lo spessore dei dialoghi e la efficacia della narrazione Monkey Island
avrebbe potuto essere la sceneggiatura di un film. E che film: sin dai titoli di testa si
avverte lo stile peculiare tipico dei film di Spielberg, e non è un caso che la Lucasfilm
appartenesse a George Lucas, stretto collaboratore del cineasta americano. Vedremo
Threepwood immergersi in un turbine avventuroso fatto di pirati, riti voodoo, fantasmi ed
ettolitri di grog. Nostro acerrimo nemico, che dovremo affrontare alla fine, il famigerato
pirata LeChuck, un autentico spauracchio e classico terrore dei sette
mari. Tutto, dai dialoghi alla delineazione psicologica dei personaggi, lascia trasparire
una messa in scena maniacale, che provvede a rendere interessanti anche le fasi di gioco
meno importanti grazie a una tagliente ironia demenziale. Alcuni personaggi, vedi i tre
manigoldi che incontreremo una volta entrati in paese, sono di una scemenza monumentale,
tale da farci letteralmente morire dal ridere. Ed è questo il punto: Monkey Island è
divertimento puro, diretto, senza compromessi.
Le nuove generazioni cresciute con Playstation sicuramente
ignoreranno la terminologia "avventura grafica". Il genere è infatti stato
totalmente abbandonato dalle software house verso la metà degli anni' 90. Se si
escludono sporadici tentativi di riscoperta attuati dalla Revolution Software possiamo
affermare che, di fatto, il punta e clicca sia definitivamente morto. Ma vediamo di
delinearlo: menu alla base dello schermo con varie azioni da compiere, tipo
"prendi", "apri", "tira" e così via. Tramite puntatore si
clicca sugli oggetti o sui personaggi e il gioco è fatto. Nulla di più semplice e
intuitivo. Naturalmente la struttura è pervasa di enigmi di ogni genere, molto spesso
anche complessi, che ci porteranno a intense fasi si ricerca e ragionamento per giungere a
soluzioni a tratti fuori di testa ma dalla conformazione semplicemente geniale.
Praticamente tutto l'opposto della avventura grafica dei nostri giorni (generalmente
mutuata dalla struttura di Residen Evil). Momenti memorabili di Monkey Island: il
Bar SCUMM, il duello con le spade a colpi di freddure, la detonazione nei pressi
dell'isola dei cannibali. E mille altri in effetti, impossibili da elencare nel breve
spazio di una recensione. Ci soffermeremo invero sulla realizzazione grafica dell'insieme,
massiccia per dettaglio e colorazione. Lucasfilm sfruttò appieno le potenzialità
di Amiga realizzando degli ambienti in 32 colori usati alla perfezione. Si sappia che il
gioco fu originariamente disegnato su Amiga, e solo successivamente adattato ai formati PC
EGA e VGA. Ecco spiegata la migliore resa grafica anche rispetto alla edizione PC 256
colori. E vuoi perchè l'Amiga era, in quel periodo, la piattaforma più in voga, si
pensò di fare le cose in grande affidando la realizzazione musicale e
sonora alla sapienza di Chris Huelsbeck. Il risultato è storia....
|
 |