ALIEN
SYNDROME Ridley Scott, con il suo Alien, ha segnato non solo una generazione di film
basati sulla alterazione biologica di organismi alieni, ma anche l'andamento ideologico di
gran parte dei videogiochi fantascientifici degli anni '80 e 90. Tra questi spicca Alien
Syndrome di Sega, celeberrimo coin op multicovertito che raccontava di una
invasione aliena presso una base spaziale orbitante e di due eroi mandati lì per salvare
il salvabile. Un gioco corrosivo. Quando cominci avverti una sensazione di crudo terrore e
solitudine, in una finestra grafica multidirezionale che scopre uno scenario futuristico,
insano, freddo. Sega interpretava alla perfezione il concetto ansimante dell'horror di
fantascienza, trasportandolo sul video con una iconografia studiata, che attingeva dai
peggiori incubi di Spazio 1999 con il rigore di chi sa come estrarre il meglio di
una serie televisiva. Si poteva giocare in due contemporaneamente (un uomo e una donna),
con difficoltà intollerante e razzista e ritmo di gioco assiduamente frenetico. Non vi
era un attimo di tregua perchè le bestiole immonde ti attaccavano da tutte le direzioni,
e a velocità abbastanza sostenuta.
Poetica del disordine, quella di Alien Syndrome. Un
meccanismo secondo cui deambuli per lo schermo senza mai avere la certezza di uscire vivo
da una determinata situazione. Apri una porta e tah, un insetto ti sorpende alle spalle e
tu devi girarti repentinamente e fare fuoco. Dinamica del terrore, quella di Alien
Syndrome. Un principio secondo cui arrivare alla fine del livello significa anche
esercitare gli ingranaggi della cpu, che concede margini di fuga solo in determinate
situazioni, e solo assimilando gli spiragli offerti dalla mappa. Quest'ulitma potrà
essere consultata su determinati terminali, indicandoci il posizionamento dei
"prigionieri" ancora in vita. Sostanzialmente siamo nello sparatutto
multidirezionale con possibilità di upgrade delle armi con visuale in isometrica. Mostri
e boss di fine livello restano nel consueto, ma la non linearità dello svolgimento
bellico depone a favore di una interazione più varia di quanto ci si potrebbe auspicare.
Gli spazi da esplorare sono discretamente estesi finendo per cagionare, inizialmente,
quello smarrimento necessario a rendere credibile la claustrofobia delle navi spaziali.
Ora la giocabilità è sostanzialmente ruvida. Devi sparare e sparare, dando il massimo
senza perdere mai di vista il viscidume, ma potrà anche non bastare. Alien Syndrome offre
una sfida a volte proibitiva, a tratti addirittura fustigatrice dei principi base del
divertimento. Si impara a non morire certo, e forse l'intento di Sega era proprio quello
di fibrillare i nervi del giocatore....
Un labirinto. Le base spaziale è concepita come un
reticolo fatto di corridoi, porte scorrevoli, supercomputer luminosi e stanze "a
sorpresa". In nostro soccorso interviene, se riusciremo a restare vivi per un po', un
sistema di supporto satellitare meccanizzato. Ossia dei piccoli robot che ci affiancano
fungendo da pod alla R-Type, anche se in misura meno radicalizzata. Consigliamo a
questo punto il gioco in due, che mai come in questo caso si rivela un toccasana per la
fruizione tutta della avventura. Cooperare sovviene divertentissimo per una strana forma
di autodeterminazione della sopravvivenza vista come istinto, e non come necessità.
Salvare il proprio partner da un attacco alieno vale il "prezzo" della partita.
Se poi si arriva, insieme, abbastanza il là coi livelli si rischia di perdere la
cognizione della realtà e di ritrovarsi parte integrante del cabinato griffato Sega.
Approposito di cabinati, di Alien Syndrome furono prodotte due versioni, una ufficiale e
l'altra offerta su licenza a Sunsoft, che si prese il fastidio di modificare l'artwork e
di cambiare il colore del cassone. Riguardo la realizzazione scenografica lo sparatutto
riesce a districarsi piuttosto bene anche oggi. Vuoi per lo stile particolare della
grafica, vuoi per una rappresentazione aliena indubbiamente raccapricciante, il gioco si
lascia osservare con gratificazione offrendo dettaglio quando serve, senza lesinare tocchi
di classe sul disegno dei mostri di fine livello. Le musiche e gli effetti si mantengono
ottimi in tutti gli stages creando una riuscita fusione tra l'orrore visivo e quello
percepito, senza mai scadere di ritmo. E la atmosfera fa il resto. Dunque Alien Syndrome
è da considearsi un titolo abbastanza basilare nel filone dei giochi basati sull'horror
di fantascienza, nonchè una esperienza ludica quasi necessaria per completare il processo
di apprendimento delle regole associate all'arcade di prima generazione.
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