POLE POSITION

poleposition.jpg (924246 bytes)Nel 1982 uscirono in sala giochi due titoli destinati a rivoluzionare per sempre il mondo delle simulazioni corsistiche: Turbo, prodotto dalla Sega, e Pole Position, sviluppato da Namco e distribuito in occidente da Atari. La principale differenza tra i due consisteva nell’approccio all’esperienza di gioco: spudoratamente arcade in un caso, leggermente più simulativo nell’altro. Mentre in Turbo la corsa era vista dall’alto con un inquadratura molto arretrata rispetto alla propria vettura, che era spesso centrata in mezzo allo schermo e dava l’impressione di rimanere ferma mentre gli elementi del paesaggio le scorrevano incontro, Pole Position proponeva una immersiva visuale di poco rialzata rispetto all’asfalto che, incredibile dictu, permetteva persino di intravedere il casco del pilota. L’impronta arcade del titolo Sega era esaltata dal dover superare un certo numero di macchine in determinato lasso di tempo, mentre Namco offriva per la prima volta al giocatore la possibilità di misurarsi con un vero circuito e con un tempo di qualificazione da non superare, con un inedito impianto simulativo che ci faceva accedere alla corsa vera e propria.

Il limite di 73 secondi rappresentò ai tempi una chiave di volta, un pass-par-tout per entrare nel vivo di una competizione che, grazie alla sofisticata grafica e alla notevole velocità con cui il tracciato scorreva sotto i pneumatici, risultava quanto di più simile ad una vera corsa di Formula Uno potesse ottenersi con le limitate capacità grafico-sonore delle schede madri del tempo. Come nelle vere gare il punto di partenza nella griglia era molto importante e il partire davanti, o meglio in Pole Position, permetteva di poter raggiungere con maggior scioltezza quelli che erano gli obiettivi extra posti dal gioco, primo tra tutti il famoso "extended play" che permetteva di dilatare la durata della partita. La grafica del gioco era rimarchevole ed in particolare la pista brillava per un notevole livello di dettaglio: i videogiocatori potevano finalmente sfruttare i cordoli, evitare i cartelli ai lati della pista, lanciarsi in sorpassi mozzafiato ai danni di vetture dalla scarsissima intelligenza artificiale ma forse proprio per questo ostiche e rognose da lasciarsi alle spalle. L’unica nota stonata, sotto questo punto di vista, era un fondale che consisteva solo di poche e sparute nuvolette e montagne in lontananza.

Avere un vero volante in mano e ascoltare un rombo di motore credibile aumentavano lo stato di salivazione e la smania di introdurre gettoni nel cabinato. Il tracciato, unico ed immutabile offerto dal gioco era il mitico Fuji Speedway che offriva una discreta varietà di azioni performabili agli amanti della guida tecnica, grazie alle numerose curve e alla struttura delle stesse, che richiedevano repentini cambi di marce e controsterzate. Non va inoltre dimenticato che, in quei tempi, appariva sugli schermi televisivi nostrani una delle pochissime serie animate ambientate nel mondo della formula 1 e anch'esso di origine nipponica: Grand Prix. Adesso tutti gli appassionati della serie avevano l’opportunità di immedesimarsi nel mitico Takaya Todoroki in un videogioco che avesse una parvenza di realismo. Pole Position fu un successo strepitoso per Namco e quindi per Atari, che ovviamente propose conversioni per le proprie console e in seguito per tutti i sistemi di gioco casalinghi. Oggi fatalmente superato, il gioco rappresentò un passo importante per la famiglia dei giochi di guida e, a ben guardare, tutti i classici che seguirono, da Pit Stop a Ferrari Formula One, dovettero qualcosa al primo, grande titolo corsistico del mercato arcade dei tempi che furono.

 

 

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PRO

Toh, esplode la macchina

Ei Takaya sei supercampionissimo

                         

CONTRO

Dopo un po' stufa

Sempre lo stesso percorso

                          

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