RASTAN
SAGA Quando giocavamo a Rastan il mondo
era diverso. Si era militanti di una comunità oscurantista, sicuramente kitsch in ambito
sociologico, che trangugiava falsi credi per apparire, arrivare, ostentare. Tuttavia guai
a chi ci tocca gli anni '80, che non manchiamo di rimpiangere alla prima occasione utile,
soprattutto quando si tocca il tema dei videogiochi. In questo ambito si ebbe difatti un
secondo illuminismo, dopo i fasti di Super Mario Bros., che favoriva la
realizzazione di alternative adulte del gioco a piattaforme. Si era in pieno '87 in un bar
sperduto di provincia, o in una diroccata sala giochi, ma il punto cardine era lì in un
angolo e portava il nome di Rastan. Saremmo divenuti schiavi di
quell'ammiccante rifacimento elettronico di Conan Il Barbaro, e avremmo impugnato
la spada per difendere chissà quale regnante o quale principessa. Il livello di
difficoltà elevatissimo non era un ostacolo, per noi che a Rastan ci passavamo l'intera
giornata. Eravamo lì a riprovare ogni quadro, memorizzando il posizionamento dei mostri,
con la ossessione di chi vuole vedere il livello successivo. Costi quel che costi.
A provocare l'immaginario del video-utente vi è l'atmosfera: imponente sin dalla prima schermata, con il barbaro che brandisce la spada in segno di vendetta, Rastan insinua una sapiente commistione fantasy per produrre tutti gli stereotipi di genere. Si è trafitti dalla sensazione di potenza, dalla spada che taglia il vento, che annienta in un colpo solo il nemico incombente; il cuore pulsante sulla base del display segnala il livello di energia, aumentando di frequenza fino a divenire tachicardico nel momento di estrema difficoltà, ossia prima della morte. Tre vite come sempre, come legge, ma con una buona dose di impegno non è poi troppo difficile superare i primi due livelli. I problemi sorgono dal terzo in poi, con mostri volanti che ci attaccano da ogni lato, ma nulla è impossibile, dopotutto. D'altronde il platform game della Taito la sua scalata verso il cult generazionale la compie nelle suggestioni visive. Esemplare, in proposito, l'entrata in scena del protagonista, col cielo infestato di nubi sullo sfondo e le catene montuose in parallasse. La estetica è notevole. Character design a parte, i grafici Taito offrono un disegno bidimensionale rivolto alla creazione di momenti epici - il balzo delle funi col fuoco sottostante, le scivolate diagonali sul mare di lava, il ponte ad arco prima del maniero - che portino la azione a fondersi con le scenografie. Il gameplay, in Rastan, si costruisce sulla scena divenendone dipendente. Si realizza nel principio della imposizione immaginifica del contesto. Rastan Saga, praticamente, ti prende. Forse per quella sensazione di persistenza del fantastico. Forse per quelle visioni, quasi rudimentali, dei mostri a due teste e dei re maledetti che brandiscono lance triformi; il sonoro, nel suo vigore avventuroso, sembra adeguarsi a questa visione postcromatica del fantasy game. Memorabile l'inno di inizio gioco, che diviene cadente e chiuso una volta penetrate le segrete. Solo la Thalion con Lionheart, e solo molti anni più tardi, sarebbe riuscita a rinverdire il meccanismo della imposizione grafico-strumentale sulla struttura interattiva a piattaforme. Questo per conferire importanza al lavoro ornamentale offerto dalla Taito degli anni '80, che in un certo senso istituiva una visione del videogioco che avrebbe fatto scuola, e che avrebbe portato alla realizzazione di alcuni sequel (Rastan II, ancora platform, e Rastan III, questa volta sottoforma di picchiaduro), che comunque si rivelarono non completamente riusciti. Ma a Taito è bastato il primo Rastan per conquistarsi il mondo e spopolare letteralmente tra i giovani e i meno giovani, e anche per ricavarsi un posto nella storia presente con la Taito Memories Joukan. Chi non ricorda Rastan? Tra gli ultraventenni saranno in molti a rammentarsi del platform, e delle ore trascorse nel tentativo di superare un determinato ostacolo, per il semplice intento di scoprire nuove immagini, nuova grafica, nuove avventure. Come R-Type, Rastan non ha bisogno di produrre giocabilità assoluta per elevarsi a videogioco manifesto, perchè vi è il carisma del protagonista a sorreggere tutto. Sono trascorsi quindici, lunghi anni, e solo in pochi sono riusciti a eguagliare i fasti platformisti della opera Taito, che in tutta la sua ostilità riesce comunque a meritarsi un posto tra i grandi classici.
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PRO |
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Grande grafica |
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Grande sonoro |
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Buona manovrabilità |
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CONTRO |
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Difficilissimo... |
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