TEHKAN
WORLD CUP Per Tehkan World Cup si
farà riferimento a esperienze strettamente personali. In quel periodo, doveva essere
l'88, pieno di brufoli e infanzia non facevo che vagare per queste oscure e innominate
sale giochi. All'improvviso mi capita di imbattermi nel "Palladium", un locale
piuttosto in ascesa in quel periodo di cabinamenti kitsch e strutture a doppio schermo. Fu
lì che vidi per la prima volta il cassone a disposizione orizzontale, piuttosto anomalo,
con a display un interessante gioco del calcio che inquadrava dall'alto: bisognava
metterci sopra le mani, e più volte al giorno. La cosa mi coinvolse al punto che la paga
settimanale smise di essere sufficiente, e dovetti quindi attingere agli extra trafugati
alla nonna, agli extra trafugati alla mamma. Tehkan World Cup è immagine del periodo in
cui uscì: pupazzi e campi verdi, senso di dipendenza, meccaniche deliberatamente arcade.
Vi sono i classici trucchi che portano inesorabilmente al gol, come il tiro in diagonale
sferrato prima di entrare in area, o come il cross al centro con il giocatore che
interviene al volo insaccando con potenza. Uno stile di gioco estremizzato. Ma appagante.
Vi racconterò del tizio che, alla sera, occupava quel
cabinato a oltranza. Insomma lui era sempre lì, avrà avuto venticinque o ventisei anni,
barba, capelli lunghi, sigarette a ciminiera. Leggende metropolitane lo volevano coinvolto
in loschi affari di droga e prostituzione, ma non ho mai creduto a queste voci. Quando
entravo in sala, generalmente dopo le sei, lui era già lì. Naturalmente mi mantenevo a
distanza, pur assistendo ammirato al suo virtuoso divellere di porte avversarie, mentre
inspirava Marlboro. Non avrei mai osato sfidarlo, pertanto ero costretto ad attendere
anche più di un'ora prima che si dileguasse lasciando campo libero. Era un periodo
glorioso. Quel gioco mi appariva incredibile, coi tiri così violenti da squarciare la
rete e la velocità supersonica dei capovolgimenti di fronte a conferire al tutto un
nonsoché di avventuroso. Un fattore cruciale, quest'ultimo, in quanto per i tempi la
maggiore aspirazione di un coin-op si determinava nell'avvicinare l'idea di frenetica
sovrapposizione di pixel, per realizzare matematico il caos del premere forte. Di
attinenze con il calcio vero nemmeno a parlarne, grazie a Zeus, e così potevo approntarmi
l'intera lista di mosse e trucchi da utilizzare in fuzione della squadra opponente.
Alla fine il tizio sembra andarsene. Pertanto, immerso in
una nuvola di fumo, comincio la mia scalata verso la conquista della coppa del mondo. Ha
inizio il primo match contro il team più scarso immaginabile: lo sommergo di goal e passo
allo stage successivo riuscendo a spuntarla fino alla quinta squadra. Ed è a questo punto
che riappare l'ombra di questo sinistro personaggio dall'aspetto navigato. Eccolo che
inserisce le duecentolire pronto a farmi la pelle, in tutti i sensi. Conosceva tutto lui,
tutti i trick e i track più impensabili. Era in grado di costruirsi situazioni da goal
impossibili da un fazzoletto di campo intasato di giocatori. Ma riuscii a tenergli testa.
Eravamo sul 2 a 2 a quaranta secondi dalla fine, quando riesco a lanciare un giocatore
sulla fascia e a scagliare una di quelle sassate memorabili, con tanto di palla che buca
la rete svanendo sulle tribune. Stavo vincendo. Al che un suo compagno di merende, che
s'era accostato sornione, se ne esce con un <<oh, ti fai battere da un
poppante>> meditato apposta per scatenare la reazione del nostro, che mi fa uno di
quei goal che non ti aspetti, aggirandomi in area e scagliando sotto la traversa. 3 a 3 a
dieci secondi dal fischio finale: potevo ancora farcela. Mi insinuo sulla fascia destra,
driblo due difensori, scaglio un diagonale spaventoso e tack, palla sul palo che ritorna
alla ciminiera vivente oltre il centrocampo. Ero spiazzato. Inesorabile penetra in area,
effettua un dribbling, un altro, un altro ancora e mi infila con un tiro ravvicinato a fil
di palo. Aveva vinto. Incrociai i suoi occhi increspati da un sogghigno ironico:
<<ebbravo il ragazzino, quasi che mi battevi>>. Non potevo crederci: lui mi
parlava....
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