ECCO THE DOLPHIN: Defender Of The Future

Star2.gif (42972 bytes)Ai tempi dei sedici bit Ecco The Dolphin divenne uno dei maggiori franchise lanciati da Sega per il Megadrive in virtù della sua tecnica, del suo essere anticonformista. Dopodichè il delfino rimase nell'ombra a osservare la nascita e la morte del Saturn fino all'avvento del Dreamcast. E fu allora che Appaloosa, sviluppatore esterno a Sega, decise per la rispolverazione del delfino per mettere in risalto la violenza poligonale della console, quindi completando l'opera verso la fine del' 2000. E pur a distanza di svariati lustri, Defender Of The Future è quello: estetiche complesse, fauna marina, meccaniche arcade. La tridimensionalizzazione delle preesistenti ambientazioni bidimensionali è messa in opera in modo perentorio, ed ancora si ha a mente, da queste parti, dell'impatto che il titolo esercitò al primo caricamento, già sott'acqua a sbattere pinne e riemergere a tuffo, come accadeva sul Megadrive. Gli spazi acquosi sembravano non aver fine e si cominciava a ispezionare le cavità ammirati, e veramente si era pensato di essere difronte a un titolo che avrebbe fatto scuola. Fu così solo in parte.       

Il fatto interessante è che il team creativo non abbandona la struttura dei primi episodi in due dimensioni, visto che plasma il nuovo Ecco tridimensionale sui medesimi principi esplorativo-avventurosi. Epperò, anche nel persistere dei momenti tipici del gioco di azione, Ecco si insinua in un nuovo percorso contemplativo e profondo, che va opportunamente assimilato in giunzione con le scenografie. Ci si scoprirà, nell'incedere, fautori di una struttura che vede la esplorazione non solo necessaria allo sbloccaggio dei successivi livelli, ma anche sintomo di un percorso di suzione non direttamente accordato alla materia videoludica. Curiosamente ci troveremo assertori dello stiloso mutare del visus - è introdotto un tasto di rotazione di 180 gradi - pure in uno stato di sospensione che, necessariamente, non perdura: dissipato lo stupore ci si avvede che nelle fasi di gioco intermedie il titolo tende a essere dispersivo e a dispensare macchinosamente le azioni di attacco al nemico. D'altro canto è la stessa impostazione del nuovo Ecco a rendere improponibile il percorrimento unilaterale, e si è ben felici che, grazie a questa indole libertaria, il delfino riesca a mantenere vivo l'interesse di quel tanto che basta a giustificarne la interazione a medio termine. Le missioni sono in ogni caso numerose e addirittura vi sarà spazio per una citazione del primo episodio a sedici bit nel livello intitolato, guardacaso, "Passage From Genesis".

Defender Of The Future riesce a produrre un livello di sfida adeguatamente retrò. Se i primi livelli passeranno via abbastaza agevolmente, arrivati a metà della avventura bisognerà faticare non poco per venire a capo delle situazioni limite, che ci vedono solitamente contrapposti a guardiani molto cattivi. Diciamocelo: il manovratore occasionale abbandonerà Defender Of The Future dopo la prima mezz'ora, dopoché avrà realizzato di dovere affrontare una sfida ricca di sfide, seria per complessità, autentica per necessità di studiare il comportamento della cpu. Siamo soddisfatti. L'arcade adventure si arricchisce di un nuovo sistema di power-up e suggerisce un apprendimento ascendente. Resta il problema di alcuni passaggi in cui non si sa bene cosa si debba fare, e di alcuni fastidiosi bug con cui il nostro delfino tende a incastrarsi sin troppo facilmente alle rocce, finendo così per rimanere senza ossigeno e capitolare. Ma sono condizioni che si presentano raramente e che non compromettono una fruibilità generalmente funzionante. Sulla tecnica vi diciamo solo che c'è di che rimanere sbalorditi. Nessun titolo meglio di Defender Of The Future riesce a riprodurre a video l'immensità spaziale sommersa, il mistero delle città subacquee, le luci che filtrano dalla superficie, le barriere coralline. Il dettaglio conquista vette raramente solcate in precedenza su sistemi domestici, con le textures paretali delle strutture incredibilmente nitide e con animazioni che si susseguono solide sui trenta fotogrammi al secondo, malgrado sia in effetti rilevabile un persistente - ma non invasivo - effetto fogging. Sicché ad Appaloosa non rimaneva che commissionare a Tim Follin La colonna sonora del Dreamcast, che alla fine quasi diventa la colonna sonora del secolo. D'altronde il lettore ben sa che quando si parla di Follin bisogna solo mettersi comodi e ascoltare.

        

                            

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PRO

Grafica semplicemente sublime

Solido gameplay retrò

Sontuosa colonna sonora

CONTRO

Alcuni fastidiosi bug

Dispersivo, ma solo a tratti

     

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Note di produzione