ECCO THE
DOLPHIN E' lecito si assecondi un fenomeno videoludico
importante nei termini della pura qualità, ché non era affare per molti fare concorrenza
interna a Sega, nel Novantadue. Se non che, Novotrade genera il delfino che si insinua in
profondità e che, naturalmente, accelera lo scorrimento per non esser da meno del Sonic
Team, anche se poi Ecco The Dolphin risulta assolutamente diverso dal porcospino blu per
struttura (ecostruttura) e dinamiche. La multidirezionalità c'è ancora, invero, eppure
Novotrade suggerisce un percorso votato all'esplorazione ancorché intriso dei meccanismi
dell'action game all'atto dell'attacco al mostro marino, che si consuma a livello
frontale. Ma Ecco può anche generare un ecolocalizzatore in forma di mappa e emettere
impulsi sonori allo scopo di dialogare con altri cetacei e, all'occorrenza, interagire con
oggettistica mobile. Ed è ostile, Ecco. Tanto ostile che per l'edizione giapponese si
decise di abbassarne la difficoltà e rendere un sistema di check points.
Vi è da tenere in considerazione la variabilità di aria
ed energia. In assenza della prima vien lentamente consumandosi la seconda, che si può a
ogni modo ripristinare ingerendo pesci o producendo canti delfineschi in prossimità delle
conchiglie. L'aria va ripristinata risalendo periodicamente in superficie. Esigente, Ecco.
A un certo punto balzare tra isolotti cagiona livelli di frustrazione che si pensavano
estinti con Savage - lo stage del falco - sul finire degli Ottanta. Comunque
interessante la commistione che Appaloosa ottiene nella gestazione delle fasi nodali,
quando vi è da ispezionare per ottenere chiavi di accesso, o nell'espletazione di enigmi
sì minori ma che ti risolvono il contesto, che rendono meno lineare un videogioco che
comunque nasce come variante d'estensione all'arcade di tradizione. Quindi vi sono questi
cristalli detti Glyphs che progressivamente assumono funzioni centrali
nell'estricare meccanismi di sblocco, che possono creare barriere o elargire preziosi
suggerimenti o ancora rilasciare bonus inattesi come possono essere le ricariche di
energia, che in un arcade duro come Ecco diventano necessarie, per non dire essenziali. La
sfida non cala di intensità e lo si apprende presto, nello scontro coi pezzi grossi che
Appaloosa dispone in quanto estensione di un gameplay sicuramente elaborato e raramente
permissivo.
Ecco The Dolphin è un gioco d'azione
naturalista. Ci si insinua dentro spazi marini resi in trasparenza e distorsione, a creare
plausibile la sensazione di profondità e verginità del mare inesplorato, sconfinato che
fiorisce di creature quasi preistoriche e placton, sostanze non ancora corrotte dalla
tenaglia dell'uomo, che in Ecco sembra non esistere acché, come in Sonic, sia l'innocenza
del mondo animale a prevalere sulla macchina e a far permeare una scenografia
incontaminata e illuminista. Le estetiche bidimensionali che Appaloosa estrae dal
Megadrive mettono in luce effetti di ondulazione ancora ignoti e una plausibilità che
sfiora il fotorealismo nel disegno dei coralli, sì ruvidi da apparire consunti da
correnti d'acqua in due dimensioni anch'esse reali, liquide. I suoni riecheggiano
d'effetti semplificati, sintetizzati ma plausibili, benché siano le tracce a rivelare il
vero talento dei musicisti, immersi (letteralmente) nell'universo subacqueo di Ecco per
progressivamente evolvere un suono polisinfonico che sia parallelo e non alieno al visus,
che sia rigonfio di atmosfere extraterrestri e che onirico trasporti le utenze verso una
ascendenza d'emozioni primitive. Non fosse stato per una oggettiva predilezione a fare del
male all'essere vivente di media predisposizione al ripercorrimento, Ecco The Dolphin
avrebbe ambito a divenire il fucking masterpiece del videogioco post-Sonic. Ma
già così merita la benevolenza di una larga schiera di potenziali acquirenti.
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