MARIO
PARTY Mario Party è un altro, piccolo
tassello di un mosaico di effettiva sperimentazione ludica portata avanti, anche per vie
traverse ed eccentriche, su una console storicamente sfortunata come Nintendo 64. Non è
un'affermazione infondata. Il board video game di Nintendo del 1999, è chiaro, non è
affatto il primo esempio di una storia di commistione/ibridazione tra gioco elettronico e
gioco da tavolo (Monopoli, certo, ma anche Hero Quest) ampia e complessa, che va collegata
anche alle vicende tra queste forme ludiche e il gioco di ruolo. D'altro canto, Mario
Party è innegabilmente un punto di svolta nella cannibalizzazione, digestione e
riformulazione del board game da parte dell'onnivoro codice ludico digitale: ne è la
prova un successo commerciale capace di generare sette seguiti/versioni del gioco (nel
momento in cui si scrive) e una serie non esigua di imitazioni da parte di concorrenti
commerciali. La strada aperta da Mario Party, poi, è stata proseguita in maniera poco
soddisfacente. Ma di questo non si può rimproverare del tutto il primo episodio, che si
presenta non solo decisamente interessante, ma anche come un titolo da avere se si è in
possesso di un sessantaquattrobit Nintendo con quattro joypad e amici con i quali rendere
redivivo lo spirito del board game.
Mario Party è la una tappa fondamentale verso la
definitiva con-fusione del gioco da tavolo tradizionale con quello elettronico. I
giocatori si muovono su tabelloni dotati di percorsi, scorciatoie, tasselli bonus e malus.
Come nel gioco dell'oca tradizionale, il movimento dei personaggi è affidato all'alea, al
lancio dei dadi, che in Mario Party vengono presentati già rollanti ad alta velocità e
da fermare con la pressione di un bottone. Il gioco tradizionale trovava il suo
dovere-piacere in questa meccanica, qui integralmente ri-mediata. Ma al gioco da tavolo
mancava il potere rappresentativo dello schermo: Hotel, Monopoli, Hero Quest e compagnia
si affidavano, un po' come certi videogiochi di una volta, al buon vecchio cartoncino
dipinto e alle miniature per dotare il gioco di una componente estetica. Il videogioco,
invece, può digerire tutto, e trasformare il gioco da tavolo in una versione controllata
dal joypad e raffigurata sullo schermo, potenzialmente senza alcun limite di tipo
rappresentativo e con il vantaggio del calcolo computerizzato a gestire i calcoli e i
round. Fin qui si erano spinte, con alterne vicende, le prove del videogioco sul
sacrificale gioco da tavolo. Mario Party le rispetta e implementa meglio di quanto si sia
mai fatto prima, ma ancora non basterebbe per creare qualcosa di nuovo. Ci vuole di più,
e Mario Party lo consegna sotto forma dell'abilità e della strategia, elementi tipici del
mezzo videoludico - meno usuali nel gioco da tavola - che si affiancano all'elemento
casuale-numerico di quest'ultimo, sotto forma di mini-giochi. I mini-giochi vengono
selezionati a random dalla CPU alla fine dei turni dei giocatori, e prendono la forma di
sfide 'tutti contro tutti', a coppie, o con un giocatore contro tutti gli altri. Sono più
di una cinquantina e si presentano ora come di blande imitazioni di giochi sportivi, ora
come giochini ritmici e di riflessi, ora con altre trovate quasi sempre interessanti e che
costituiscono un intermezzo piacevole tra i turni di gioco.
Mario Party, quindi è insieme lancio dei dadi, quindi
fortuna, e sfida di abilità contro gli avversari umani e della CPU. Ma il fine della
tavola da gioco non è completare un certo numero di giri: si tratta, invece, di
recuperare il maggior numero di stelle che compariranno sul tabellone, pagabili in monete
che vengono conquistate eccellendo nei mini-giochi. Un fattore chiave nell'economia del
gioco è appunto quello della disponibilità monetaria del giocatore, che costituisce un
altro motivo di vittoria insieme alla quantità di stelle raccolte e alla abilità nei
mini-giochi. La ricchezza in monete discende da un mix di abilità nei giochi e fortuna
negli eventi: le tavole si presentano piene di punti "caldi" dove ci si trova a
mettere in pericolo il proprio "reddito" attraverso roulettes, sfide obbligate e
"tasse" animate che rischiano, per esempio, di farci trovare per primi davanti a
una stella da raccogliere senza però poterla pagare, oppure di dover scambiare
forzatamente il nostro reddito con quello di un giocatore meno abbiente. Non mancano bonus
da utilizzare prima dei turni, che consentono di disturbare la posizione degli altri
giocatori o di spostarci sul tabellone. Le monete sono anche il tramite tra la modalità
di gioco principale e tutti gli extra. Giocando sulle tavole si accumulano monete
riutilizzabili per comprare extra e mini-giochi da giocare a piacere senza affrontare ogni
volta il gioco da tavolo: traducono la quantità di gioco sociale in quantità di credito
da completisti, dotando il gioco di una curva di assimilazione che incoraggia il gioco in
multiplayer.
Il multiplayer è infatti il fine esplicito del gioco: dal
punto di vista ludico Mario Party rappresenta il tentativo del gioco elettronico di farsi
gioco da tavola, ed è solo un extra il fatto che consenta il gioco in singolo,
necessariamente noioso per via dei turni che i giocatori controllati dalla CPU devono
comunque attraversare. E quindi è inutile criticare Mario Party dal punto di vista del
pallosissimo gioco in singolo: la fusione tra board game e mini-giochi in pieno stile
button-mashing è interamente funzionale a quel misto di caso e abilità che rende
incredibilmente divertente la sfida tra molti giocatori, possibilmente con schiaffi,
spinte e boicottaggi vari tra i divani (è anche ottimo per le fidanzate e le ragazze in
genere). I limiti di Mario Party, in fondo, sono esclusivamente di tipo estetico e vanno
imputati al prosieguo della serie piuttosto che al primo episodio: invece di stupirci,
variando e animando le tavole e donandole estetiche, stili, personaggi e vita come mai
l'abbiamo vista sui cartoncini sulla tavola, Nintendo ha continuato a rimestare il brodo
con caratterizzazioni sempre più infantili, pochissime novità (quando non rallentamento
dell'azione) e una concezione annuale della serie che ne ha impedito un'evoluzione tale da
attrarre un pubblico più esigente di quello della base variabile di giovanissimi. Il dado
era stato tratto, ma al settimo episodio è ancora fermo. Meglio premiare il primo, in
attesa di trovate veramente nuove.
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