LARGO WINCH: Empire Under Threat

largowinchcover2.png (14507 bytes)Nella vita tutto ha un perché. Esiste infatti un motivo preciso per cui le zebre hanno le strisce e per cui gli scout girano coi pantaloncini anche d’inverno. Ma spesso questo perché ci sfugge, ed allora ci troviamo davanti alla cover di Largo Winch chiedendoci: "perché l’ho comprato"? Facciamo un passo indietro e ci troviamo a leggere riviste di videogiochi e consultare siti internet che annunciano l’avvento di un’avventura in nuovo stile, à là Escape from Monkey Island, giusto per paragonarla a un altro insuccesso di critica, basata su un fumetto francese di discreto successo (l'ignoranza in materia di chi scrive porta a un "ma chi lo conosce?"). Screenshots mozzafiato, anticipazioni a nastro, e un gioco che fatica a vedere la luce del sole come forse solo Messiah e pochi altri hanno saputo fare. Poi, il debutto, e la critica totalmente muta. Attenzione, non sdegnata, proprio muta. Quando si parla di avventure, nessuno cita questo titolo. Giuda ballerino, direbbe Dylan Dog. Riportando la macchina del tempo ai giorni nostri, pare solo una storia colorita, una specie di colmo dei colmi, ma la realtà è che probabilmente si è preferito tacere piuttosto che esclamare: "tutto qui"?

Il gioco soffre infatti di uno dei difetti peggiori che si possano riscontrare tra i solchi di un supporto ottico: la pochezza. Pochezza di enigmi, pochezza di extra, pochezza di difficolta. Poco, poco e ancora poco. E la cosa che fa divorare lentamente ma inesorabilemte il fegato man mano che si gioca sono le premesse, gli spunti, le cose che vanno bene ma mancano di quel pizzico di sale che te le fa apprezzare al di sopra del banale giocare. La trama, porca miseria, la trama. E' bella, interessante, ha dei colpi di scena anche notevoli, ma per un motivo o per l'altro non decolla mai completamente, non riesce a trascinare in quel mondo parallelo che solo i grandi giochi sanno creare e alla fine ci si ritrova con una crocetta in più nella lista dei giochi portati a termine senza avere a mente una sola battuta dei personaggi e senza essersi innamorati (platonicamente, questo è ovvio) del protagonista, o quantomeno di un comprimario interessante. Questo lascia particolarmente l'amaro in bocca, dal momento che anche il doppiaggio non è tutto sommato malvagio, e le voci sono ben riconoscibili e accentate a dovere (a parte forse qualcuna, ma in fondo già il fatto di trovarsi in un villaggio sperduto della Sardegna e riuscire a parlare in perfetto inglese con tutti i suoi abitanti provoca una sensazione di irrealtà neanche troppo lieve). Anche il character design non è affatto male. Con due o tre pennellate in più si sarebbero potuti evitare gli stereotipi in cui un titolo di questo genere prima o poi cade rovinosamente, eppure... Eppure niente, alla fin della fiera i personaggi fanno più o meno quello che ci si aspetta, e l'eccitazione per gli avvenimenti anzichè sfociare in un caldo atto sessuale (metaforico, prima che qualcuno corra a comprare il gioco per niente) finisce in una clamorosa cilecca.

E dunque perchè, oh perchè in tutto il gioco ci sono solo due personaggi dall'identità ben definita? Avessero fatto un seguito, ci sarebbe quasi potuto stare, anche se avremmo dovuto creare un nuovo bollino "presa per il culo", da affiancare a "cult" e "trash". Nulla, il gioco non serve neanche a quello. Vive tutto sul fattore "vediamo se dopo succede qualcosa", e quando quel qualcosa succede, il disco ha compiuto il suo ultimo giro nel lettore. Vogliamo scomodare il glorios(issim)o passato? E scomodiamolo. Non provavate un sottile senso di goduria masochista quando in Monkey Island avevate milleesettecento oggetti nell'inventario, e dovevate capire quale usare e in quale degli altrettanti punti chiave della locazione? Ecco, tenetevi stretta quella dolce memoria, perchè Largo Winch quando va bene vi fa affrontare una divertente esplorazione di un luogo con una decina massimo di "hot spots" (che come se non bastasse il buon Largo vi suggerisce con un adeguato movimento del capo), sui quali usare quei sei-sette oggetti dell'inventario, che naturalmente si svuota da solo una volta completati i propri doveri in quel determinato luogo. Una specie di sputo in faccia a Ron Gilbert, oseremmo dire. L'altro perno su cui si basa la longevità (o brevità?) del titolo sono i, perdonatemi il termine, minigiochi. Il braccio di ferro con insulti è un minigioco. Lo sputo in lungo è un minigioco. Il simulatore di hacker di Largo Winch, invece, è un tuffo nell'acqua salata un minuto dopo essersi fatti una ceretta integrale. Frustrante, noioso, ripetitivo, cionondimeno obbligatorio per proseguire il gioco (e come si possa, mentre ci si infiltra nella tana del nemico, passare ore al pc senza essere scoperti, potrebbe essere un altro dei nostri perchè insoluti). Stendiamo un velo schifoso sul poker e sui combattimenti contro i nemici, e concentriamoci sui perchè. Ad esempio, per quale motivo un titolo del genere è uscito? Se fosse stato una beta, diciamola tutta, sarebbe stata accolta con calore. Invece la carne al fuoco è solo quella: grafica che non dispiace ma che in parecchi aspetti, come i volti dei personaggi, è rivedibile, giocabilità ridotta a un corridoio dove si avanza per tentativi ed errori e longevità impennata da tante idee interessanti solo per essere affossata dalla superficialità della loro implementazione. Cara Ubisoft, questa volta il "dignitoso" te lo scordi.

 

 

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PRO

Graficamente interessante

                 

                 

CONTRO

Noioso

Ridondante

Annacquato

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Note di produzione