TRAUMA
CENTER: Under The Knife Regola numero 1: mai dimettere il
paziente senza aver effettuato le dovute controanalisi.
Regola numero 2: non abbandonare l'ospedale per alcun motivo senza avere un valido
sostituto. Regola numero 3: dormire abbastanza la sera prima di un'operazione per
preparare corpo e mente. Più o meno in queste tre regole è riassunta l'essenza di Trauma
Center: Under The Knife. Doppio pennino alla mano, in modo da rendere più
agevole il controllo della strumentazione, siamo chiamati ad impersonare il dottor Derek
Stiles, giovane chirurgo alle prese con il tirocinio, inviato all'Hope Hospital per fare
pratica. Dalle prime battute è ovvio che non si tratterà di un gioco da affrontare con
leggerezza: chi credeva di farsi spassose risate con la versione videoludica de
"L'Allegro Chirurgo" farebbe meglio a volgere lo sguardo altrove, in quanto TC
è serio, molto serio, per alcuni forse troppo. Le malattie sono vere, vedremo gente
(virtuale) stare davvero male e chiedere disperatamente il nostro aiuto.
Le tematiche affrontate sono piuttosto pesanti, e non solo
per la presenza di bisturi e siringhe, ma anche per il contorno, noto ai più come trama.
La carriera del giovane Derek infatti viene seguita passo passo anche fuori dalla sala
operatoria, andando a trattare la sua serietà professionale, il suo modo di porsi dinanzi
alle difficoltà del lavoro, il rapporto con i colleghi ed altre sfaccettature che formano
una figura ben distinta nel panorama dei protagonisti dei videogiochi. Perché diciamoci
la verità, fallire un'operazione fa male, lascia nel giocatore un senso di sconfitta, ma
anche uno stimolo a ritentare per fare meglio, sebbene talvolta venga da scagliare il DS
contro la superficie più dura e ruvida possibile per la frustrazione di un intervento
chirurgico andato male dopo 10 minuti di sforzo. E la parola sforzo non viene usata a
caso: semplicemente, alla fine di ogni livello (o meglio, capitolo) avremo davvero bisogno
di un'infermiera che ci deterga il sudore, magari più somigliante possibile a quelle che
affiancano il dott. Stiles durante la sua avventura, anch'esse personaggi ottimamente
caratterizzati. L'intreccio plot/gameplay va ben oltre il semplice "fai questo
perché la trama ti ci ha portato", ma cattura il poveretto che impugna i pennini che
mai si sognerebbe di deludere l'infermiera o peggio, di far subentrare al proprio posto il
chirurgo più esperto (per la cronaca, Greg Kasal, ovvero colui che nelle fasi di
intermezzo ci insegna il lavoro) e farsi fare una bella lavata di capo dal primario.
Di certo il senso di assorbimento della storia è aiutato
dal disegno in classico stile manga dei personaggi, che però a differenza di quanto
accadeva in Phoenix Wright non assumeranno mai espressioni troppo ridicole
(l'abbiamo già detto, questo gioco è dannatamente serio), ma per lo più angosciate,
deluse, pensierose, assenti oppure compiaciute, distese, serene.
Focalizziamo dunque la scena. Pronto soccorso, emergenza, arriva il paziente e Stiles
viene informato col più classico dei briefing di cosa ci si deve aspettare. Il dottor
Kasal ci deluciderà, qualora fosse il caso, su tecniche mediche particolari che dovremo
assimilare, perché ad un certo punto saremo da soli contro il tempo e contro la barra
indicante la salute del paziente che se ne va. Tutto è pronto, si parte. Abbiamo una
visione del paziente con una discreta grafica poligonale, con texture forse un po' piatte
ma adatte alla situazione. La musica diventa drammatica, i soli suoni che si sentono sono
i "bip" delle apparecchiature, i rumori degli strumenti (forse un po'
"finti") e la voce dell'infermiera, che purtroppo si limita a poche parole,
perlopiù esclamazioni.
La zona da incidere viene evidenziata, con un pennino si
seleziona il gel e con l'altro lo si applica, poi si incide con un movimento deciso e
accurato. Il paziente è aperto, la camera zooma, si inizia a lavorare con gli strumenti
con un ritmo serrato, senza mai potersi rilassare ma anche senza correre per evitare di
sbagliare. Finita l'operazione, si sutura e si benda. Si può tirare un sospiro di
sollievo e salvare la partita. Viene assegnato un voto alla performance, tenendo conto di
tutti i fattori (precisione, velocità, rischi corsi etc.). La musica ora è rilassante,
Stiles commenta il suo lavoro con i colleghi, e il giocatore si terge (presumibilmente) la
fronte dal sudore. Trauma Center è racchiuso in questo, un alternarsi di forti emozioni,
specie quando l'operazione si complica durante il suo corso, e di momenti più rilassanti
che faranno calare ancora più a fondo nei panni (camici?) del protagonista. Una
combinazione resa forse anche migliore dalla difficoltà delle operazioni, che nei
capitoli più avanzati diventeranno veramente giochi di pixel da effettuare in pochissimo
tempo con precisione certosina, e la cosa scoraggerà molti esattamente come la vera
chirurgia scoraggia chiunque non sia in grado di sostenerne la difficoltà. Non parliamo
poi del sangue e di tutto il resto: se ci si suggestiona facilmente, una partita a TC
potrebbe rivelarsi una specie di incubo, perciò è meglio armarsi di pelo sullo stomaco,
vista d'aquila, mano ferma, due pennini ed una pazienza da santo. Astenersi bestemmiatori,
perché il gioco, a costo di sembrare ripetitivi, è davvero difficile già alla
quinta/sesta sessione di sala operatoria, ma per il resto se ci si sente in grado di
affrontare la sfida, le soddisfazioni sono impagabili (ed è meno sporchevole che non
aprire la pancia al proprio criceto sul tavolo della cucina), e per di più una volta
terminato lo story mode ci si può cimentare di nuovo nelle prove già affrontate,
cercando di ottenere il massimo del punteggio (o meglio, voto).
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