TRAUMA CENTER: Under The Knife

anothercover2.jpg (20422 bytes)Regola numero 1: mai dimettere il paziente senza aver effettuato le dovute controanalisi.
Regola numero 2: non abbandonare l'ospedale per alcun motivo senza avere un valido sostituto. Regola numero 3: dormire abbastanza la sera prima di un'operazione per preparare corpo e mente. Più o meno in queste tre regole è riassunta l'essenza di Trauma Center: Under The Knife. Doppio pennino alla mano, in modo da rendere più agevole il controllo della strumentazione, siamo chiamati ad impersonare il dottor Derek Stiles, giovane chirurgo alle prese con il tirocinio, inviato all'Hope Hospital per fare pratica. Dalle prime battute è ovvio che non si tratterà di un gioco da affrontare con leggerezza: chi credeva di farsi spassose risate con la versione videoludica de "L'Allegro Chirurgo" farebbe meglio a volgere lo sguardo altrove, in quanto TC è serio, molto serio, per alcuni forse troppo. Le malattie sono vere, vedremo gente (virtuale) stare davvero male e chiedere disperatamente il nostro aiuto.

Le tematiche affrontate sono piuttosto pesanti, e non solo per la presenza di bisturi e siringhe, ma anche per il contorno, noto ai più come trama. La carriera del giovane Derek infatti viene seguita passo passo anche fuori dalla sala operatoria, andando a trattare la sua serietà professionale, il suo modo di porsi dinanzi alle difficoltà del lavoro, il rapporto con i colleghi ed altre sfaccettature che formano una figura ben distinta nel panorama dei protagonisti dei videogiochi. Perché diciamoci la verità, fallire un'operazione fa male, lascia nel giocatore un senso di sconfitta, ma anche uno stimolo a ritentare per fare meglio, sebbene talvolta venga da scagliare il DS contro la superficie più dura e ruvida possibile per la frustrazione di un intervento chirurgico andato male dopo 10 minuti di sforzo. E la parola sforzo non viene usata a caso: semplicemente, alla fine di ogni livello (o meglio, capitolo) avremo davvero bisogno di un'infermiera che ci deterga il sudore, magari più somigliante possibile a quelle che affiancano il dott. Stiles durante la sua avventura, anch'esse personaggi ottimamente caratterizzati. L'intreccio plot/gameplay va ben oltre il semplice "fai questo perché la trama ti ci ha portato", ma cattura il poveretto che impugna i pennini che mai si sognerebbe di deludere l'infermiera o peggio, di far subentrare al proprio posto il chirurgo più esperto (per la cronaca, Greg Kasal, ovvero colui che nelle fasi di intermezzo ci insegna il lavoro) e farsi fare una bella lavata di capo dal primario.

Di certo il senso di assorbimento della storia è aiutato dal disegno in classico stile manga dei personaggi, che però a differenza di quanto accadeva in Phoenix Wright non assumeranno mai espressioni troppo ridicole (l'abbiamo già detto, questo gioco è dannatamente serio), ma per lo più angosciate, deluse, pensierose, assenti oppure compiaciute, distese, serene.
Focalizziamo dunque la scena. Pronto soccorso, emergenza, arriva il paziente e Stiles viene informato col più classico dei briefing di cosa ci si deve aspettare. Il dottor Kasal ci deluciderà, qualora fosse il caso, su tecniche mediche particolari che dovremo assimilare, perché ad un certo punto saremo da soli contro il tempo e contro la barra indicante la salute del paziente che se ne va. Tutto è pronto, si parte. Abbiamo una visione del paziente con una discreta grafica poligonale, con texture forse un po' piatte ma adatte alla situazione. La musica diventa drammatica, i soli suoni che si sentono sono i "bip" delle apparecchiature, i rumori degli strumenti (forse un po' "finti") e la voce dell'infermiera, che purtroppo si limita a poche parole, perlopiù esclamazioni.

La zona da incidere viene evidenziata, con un pennino si seleziona il gel e con l'altro lo si applica, poi si incide con un movimento deciso e accurato. Il paziente è aperto, la camera zooma, si inizia a lavorare con gli strumenti con un ritmo serrato, senza mai potersi rilassare ma anche senza correre per evitare di sbagliare. Finita l'operazione, si sutura e si benda. Si può tirare un sospiro di sollievo e salvare la partita. Viene assegnato un voto alla performance, tenendo conto di tutti i fattori (precisione, velocità, rischi corsi etc.). La musica ora è rilassante, Stiles commenta il suo lavoro con i colleghi, e il giocatore si terge (presumibilmente) la fronte dal sudore. Trauma Center è racchiuso in questo, un alternarsi di forti emozioni, specie quando l'operazione si complica durante il suo corso, e di momenti più rilassanti che faranno calare ancora più a fondo nei panni (camici?) del protagonista. Una combinazione resa forse anche migliore dalla difficoltà delle operazioni, che nei capitoli più avanzati diventeranno veramente giochi di pixel da effettuare in pochissimo tempo con precisione certosina, e la cosa scoraggerà molti esattamente come la vera chirurgia scoraggia chiunque non sia in grado di sostenerne la difficoltà. Non parliamo poi del sangue e di tutto il resto: se ci si suggestiona facilmente, una partita a TC potrebbe rivelarsi una specie di incubo, perciò è meglio armarsi di pelo sullo stomaco, vista d'aquila, mano ferma, due pennini ed una pazienza da santo. Astenersi bestemmiatori, perché il gioco, a costo di sembrare ripetitivi, è davvero difficile già alla quinta/sesta sessione di sala operatoria, ma per il resto se ci si sente in grado di affrontare la sfida, le soddisfazioni sono impagabili (ed è meno sporchevole che non aprire la pancia al proprio criceto sul tavolo della cucina), e per di più una volta terminato lo story mode ci si può cimentare di nuovo nelle prove già affrontate, cercando di ottenere il massimo del punteggio (o meglio, voto).



 

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PRO

Totale immedesimazione

Non esiste niente di simile sul

mercato

Livello di sfida altissimo

CONTRO

Sconsigliato ai deboli di stomaco

                         

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