GTA: Vice City

beachcover2.JPG (14507 bytes)Secondo tentativo nella terza dimensione per il gangster game made in Rockstar, Grand Theft Auto: Vice City è l’episodio della serie che meglio riesce a insidiarsi nell’immaginario dei videogiocatori (giovani e meno giovani), forte di un mare di citazioni e meta-riferimenti culturali che spaziano da Brian de Palma a Michael Jackson. Siamo a Miami, anzi a Vice City. Per farla breve: Miami Vice. C’è questo Tommy Vercetti, il personaggio che impersoniamo, che già di per sé fa tanto mafia-movie. Vediamo Quei Bravi Ragazzi della sua famiglia tramare contro di lui. Poi salta fuori un avvocatino clonato da Sean Penn in Carlito’s Way. E si comincia a giocare. Sali su una macchina e parte l’autoradio. Ecco che arriva il momento epifanico, il punto in cui Vice City acquista la maggior parte della sua credibilità: siamo negli anni ’80. Miami al mattino in Vespa mentre The Whispers intonano And the Beat Goes On. Attraversare il quartiere cubano su un taxi sgangherato con un mambo di Radio Espantoso. Un inseguimento notturno lungo la costa al ritmo di Billie Jean. Cavalcare una moto al tramonto mentre ci si gode Summer Madness di Kool and the Gang.

E per chi mastica l’inglese sarà uno spasso ascoltare i dibattiti satirici su V-Chat o le assurde pubblicità tra un brano e l’altro.
L’atmosfera yuppie si mescola a quella gangster e suburbana nelle convincenti e a tratti esilaranti cutscenes, all’insegna di un doppiaggio particolarmente ricercato. Anche le location non sono da meno; quando entreremo nella sontuosa villa di Diaz ci stupiremo di non trovare al suo interno Al Pacino, tanto è identica a quella vista in Scarface. Esiste dunque una grande attenzione per i dettagli, dettagli che però nella quasi totalità dei casi non sono farina del sacco di Rockstar. E qui purtroppo finiscono i meriti di GTA: Vice City. Non esiste una vera e propria linea-guida autoriale sul piano interattivo: per Rockstar Games sembra contare molto di più la quantità delle azioni da svolgere che non la meccanica ludica. Da bravo figlio illegittimo di Driver, GTA funziona bene alla guida dei vari veicoli (auto, moto, camion, motoscafi o elicotteri che siano) ma riesce ad essere esageratamente pacchiano e semplicistico una volta appiedati. Strutturato in missioni obbligatorie e secondarie, Vice City permette al giocatore una libertà di iniziativa generalmente ampia, che diviene illimitata tra una missione e l’altra. Senza un obiettivo da svolgere, il giocatore è libero di dedicarsi all’esplorazione dell’area urbana e sbizzarrirsi con qualunque arma/veicolo/vittima che gli capiti a tiro. Ironicamente questo periodo di stasi per il proseguo del gioco è divenuta la feature per eccellenza della serie.

E i ragazzini ci vanno a nozze: tutto è lecito durante il “cazzeggio” a Vice City. Investire meretrici, pestare bagnanti per derubarli, attirare l'attenzione di un poliziotto, ucciderlo per sottrargli le armi. E avanti ancora, in un’escalation di violenza che aumenterà il nostro grado di criminalità fino a mobilitare un intero esercito delle forze dell’ordine per darci la caccia. Se muori, riparti dall’ospedale e il “gioco” ricomincia. Chiaramente è possibile giocare a Vice City evitando di prendersela con personaggi innocenti. E’ che magari devi comprarti un fucile per la prossima missione. E il modo più veloce per racimolare un bel gruzzolo è andare a fare una bella strage al centro commerciale. Che volete che sia un framerate incostante quando puoi avere tutto ciò? Che importa se per mascherare un motore grafico che arranca abbiano aggiunto un motion blur ai confini dell’astigmatismo? Problemi che non si riscontrano nella versione PC, preferibile all’originale PS2 per più di una ragione: dalla stazione radio personalizzata ai salvataggi, senza contare i caricamenti fulminei. Ciononostante, che si tratti di PC, XBOX o PlayStation siamo di fronte al medesimo gioco, nel bene e nel male. Possiamo comunque ritenere onesto l'episodio più amato della fortunata serie di Rockstar nel suo offrire al giocatore un mondo virtuale parodistico, dove la violenza è d’obbligo ma è quasi clownesca, surreale, come quando giocavamo con gli omini del Lego. E' Rockstar stessa ad evitare di prendersi sul serio, poiché sarebbe davvero pretenzioso ambire al titolo di capolavoro quando il fulcro di ogni opera videoludica, ossia la giocabilità, risulta essere il punto più debole di tutto il gioco. Eppure, grazie al successo di vendite alimentato da un esagerato premio della critica, Rockstar Games pretenderà sempre di più di mascherare dietro a una nemmeno troppo ispirata vena autoriale delle meccaniche insoddisfacenti, a partire dall'ipertrofico capitolo che farà seguito al titolo in questione.

 

 

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PRO

La Miami di Miami Vice

Imperdibile colonna sonora

Piglio parodistico

CONTRO

Giocabilità fumosa

Concept aleatorio

                         

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Note di produzione