| STRIDER
HIRYU In occorrenza di pubblicazione di Strider 2, da
qualche giorno disponibile come esclusività Playstation, è opportuno ritornare
all'influente Strider Arcade Card, sviluppato da Nec nel Novantaquattro. Ma forse avrebbe
dovuto mettervi direttamente mano Capcom. Magari si sarebbe ottenuta una conversione più
fedele, che era quel che ci si attendeva se al gioco viene abbinata la Arcade Card, un
upgrade del sistema operativo del Duo che sarebbe in grado di potenziare le grafiche della
console oltre il limite imposto dal processore a 16 bit. Però vien fuori che manca il
parallasse, che vi è questo effetto flicker abbastanza fastidioso e che il numero dei
colori è pressoché quello della edizione Megadrive, che era uscita quattro anni prima e
che anche aveva mantenuto lo scrolling differenziale. Ma con tutti i suoi limiti, questo
adattamento merita il suo blasone.
Allora Nec introduce un
intero livello inedito e sequenze animate di intermezzo non presenti in sala, così da
sfruttare a modo la Arcade Card sul fronte del calcolo in pre-rendering e nel 3D, all'atto
del briefing poligonale della stazione orbitante nemica. Peccato che Nec non abbia
assolutamente attinto all'upgrade per migliorare la grafica degli sfondi, che avrebbe
potuto essere curata meglio in fase di colorazione e in sede di definizione. La
fantascienza assolutista della versione arcade, del tutto indefinibile, è a ogni modo
latente anche sulla console Nec, in virtù di questo gameplay che resta assai rispettoso
delle dinamiche hardcore profferte dalla Capcom dei tempi d'oro. Avremo quindi una azione
sostanzialmente solida, ostile ma ricca di pathos, che assurge anche quando si ritorna ai
limiti del design originale, quando per sopravvivere bisognava imparare in anticipo gli
spostamenti del nemico. Eppure ogni stage offre un sottile margine di continuità
acquisibile per gradi, per cui le varianti apportate al genere arcade - che erano e sono
ancora avvertibili all'atto della meravigliosa coreografia - s'avvertono incontestabili
quando si dovrà procedere in verticale nel primo livello, nel momento in cui saremo
risucchiati dalle sabbie del secondo, e nel mentre la forza gravitazionale del quarto
stage muterà radicalmente il piano di gioco, in un vortice antigravitazionale
dall'impatto cinematico. Strider Hiryu è ancora lui. E' un po' scolorito, s'è perso per
strada qualche sprite minore. Ma è lui.
Il blocco animazioni
merita elogi. Anzi rileviamo il miglioramento dell'intercalazione dello Strider quando
scala una parete (qui lo fa più fluidamente), e altresì registriamo la velocizzazione
della sequenza dei velivoli nel secondo livello. Il ridimensionamento dalla infrastruttura
grafica, necessario in virtù della differente risoluzione, non viene attuato in
ritrazione, cosicché sia ancora avvertibile la corposità degli sprites in perpetuo
movimento. La "massa" viene di fatto preservata e chi ha lustrato l'arcade non
potrà non strofinarsi su questo porting anche castrato, ma che, diciamocelo,
passa alla storia per la colonna sonora. Adesso abbiamo queste musiche incise direttamente
su traccia che letteralmente dilatano i suoni originali, che già erano (e sono)
intramontabili. Non vi sono parole che restituiscano al meglio le ramificazioni
strumentali immesse dai musicisti Capcom, i quali sfruttano al massimo l'opportunità
offerta dal supporto ottico per esprimere una nuova nitidezza stereofonica. L'epico
collidere delle azioni con le acustiche, che aveva realizzato l'innovazione meccanica
dello Strider per sale giochi si rinnova, si ritrova nella traslazione Nec per determinare
(nuovamente) l'idea di gioco d'azione che è alla base di Capcom e che era anche la fonte
vitale del videogioco da bar in single player. Strider Arcade Card dice che non
ci vuole una grande conversione per fare un grande videogioco, se il videogioco in
questione già possiede la sua grandezza. Strider Arcade Card è ricolmo
di striderismo, ricostruisce la scena del grande videogioco puranche rinunciando
a qualcosa ma anche insinuando il tarlo dell'evoluzione tecnologica formato CD.
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