DONPACHI Nel 1995 una software house
denominata Cave, i cui fondatori erano ex mebri della Toaplan, dava alla luce DonPachi,
il suo primo sparatutto per i mercati arcade. L'anno successivo decise di convertire il
titolo per la console che meglio si adattava a quel genere di giochi, il Saturn, ottenendo
un arcade perfect che garantì dei buoni dati di vendita. Con DonPachi nasceva un
nuovo genere di sparatutto verticale, adesso non solo incentrato sulla esasperazione delle
dinamiche di attacco come accaduto con Raiden II e Batsugun, ma anche
radicale nella accumulazione sistematica del punteggio. Cave avrebbe avuto modo di
perfezionare ed esasperare tale concetto ludico nelle sue opere successive, ivi compresi i
seguiti del presente sparatutto, ed è grazie a DonPachi che tale formula si sarebbe
presentata al grande pubblico, arrivando a decretare lo standard odierno in ambito shoot'em
up.
Il sistema di sparo è così quello che abbiamo imparato ad
apprezzare negli ultimi anni con i vari Espgaluda e Ketsui, con una
formazione a intermittenza nel fascio standard e una continua tenendo premuto il pulsante.
Nel primo caso si ottiene la sparatoria appartenuta ai classici, con copertura abbastanza
estesa e multidirezionale, mentre nel secondo viene a prodursi una sorta di cascata
infuocata unidirezionale che, per contro, rallenta la velocità della astronave. Semplice,
dopotutto. Bisogna semplicemente scegliere quale strategia adottare, quale si adatta al
nostro stile di gioco, magari combinando all'occorrenza i due stili di sparo identificando
fotograficamente le zone che richiedano l'uno al posto dell'altro. Sul bilanciamento della
difficoltà ludica è stato fatto un lavoro davvero raffinato, e se alle prime partite lo
scorrimento appare ostico si scoprirà a lungo andare una giocabilità assolutamente
perfetta, che mette a nudo una sapiente fase di playtesting e che apre i suoi orizzonti
anche al giocatore meno esperto. Purtroppo la brevità oggettiva del titolo (solo cinque
livelli effettivi) è penalizzante per chi, come noi, avesse intrapreso le avventure aeree
di Seibu Kaihatsu, ben più corpose in tal senso per numero di aree affrontabili
in successione.
Per completare il gioco al 100% e scontrarsi con il boss
finale bisognerà comunque finirlo due volte, visto che una volta terminati i cinque
livelli si ripartirà dal primo con un più aggressivo livello di difficoltà. Buon
espediente per rendere il tutto rigiocabile per quanto dubitiamo che, una volta completata
la prima parte, si abbiano gli stimoli per ricominciare. Sintomatico, a questo punto,
sollevare la questione punteggio e combo system, che poggiando le loro basi su di
un interessante coefficiente moltiplicatore rendono il gameplay effettivamente più
interessante che in qualsiasi altro sparatutto classico. Cave introduceva, in DonPachi, la
sua filosofia bellica basata sulla concatenazione delle detonazioni, sulla capacità di
distruggere un numero indeterminato di nemici mantenendo il picco ascendente del punteggio
in una continuità angolare che porti lo schermo ad essere completamente avvolto dalle
fiamme. In DonPachi, così come in tutti i successivi sparatutto Cave, non è detto che il
giocatore che abbia portato a termine il gioco abbia, alla fine, un punteggio superiore ad
uno che, magari, sia arrivato al solo terzo livello. Due i percorsi attuabili: fregarsene
del punteggio e ultimare lo sparatutto come meglio si crede o studiare a fondo le
potenzialità afferte dallo score system per raggiungere un punteggio milionario
e confrontarlo con quello di altri appassionati. In entrambi i casi è Cave a uscirne
vincitrice, perchè riesce a fondere naturalmente due concetti ludici attigui ma
contrapposti a una visuale scenografica di alto livello, formata da centinaia di sprites
in movimento, da mega astronavi che ricoprono più schermi, da fasci energetici degni di Raiden
II, da esplosioni virtuali degni di una guerra nucleare simulata. E in cotanto
delirio il sonoro segue la scia lesionando con gioia il nostro apparato uditivo.
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