CHRONO
TRIGGER Anche Toriyama partecipò alla realizzazione
di Chrono Trigger. Il compositore Uematsu, che mai si era allontanato da Final Fantasy,
ci mise la sua arte. E Sakaguchi pure. Masato Kato era ancora sconosciuto, ma poi estrasse
dal cilindro lo script di Xenogears per non sfigurare, anni più tardi,
con gli amici che gli chiedevano del leggendario Dream Team della Squaresoft,
quella non ancora avvinghiata alle zinne di Sony Computer Entertainment; quella che
sviluppava cartucce da 32 Megabit e la Ram di backup per dentro. Ma nel
Novantanove lo avrebbero fatto uscire su Playstation, Chrono Trigger, in
riedizione extralusso piena di filmati inediti e nuove tracce musicali in modo da
assecondare le nuove utenze viziate dai trentadue bit (non megabit) di Final Fantasy
VII. Il brillante ruolista era pronto a varcare i confini del Super Nintendo e a
mutare in leggenda.
Crono, il protagonista, è silente. Verso la fine
dell'avventura - e del mondo - avrà modo di proferire, ma prima di allora la gestione del
party deve soddisfare il requisito della casualità, laddove le azioni prodotte ingame
determineranno la modificazione degli eventi e la slogatura della cognizione del
tempo, che è distorto e distopico e il cui scorrimento ha connessura diretta alle
sette dimensioni parallele solcabili dai sette; il mondo-paradosso descritto
in Chrono Trigger è una linea a diramazione che altera continuamente il racconto e che
riporta la narrativa agli stadi ancestrali della Squaresoft, nel romantico girovagare per
lande asincrone in ricerca dell'uovo del tempo, per riscrivere gli eventi e ottenere un
futuro di morte o prosperità. Epoch, la macchina dimensionale, realizza gli spostamenti:
l'attrezzo solca le estremità ovest di Apocalisse, vola attraverso lo spazio
fino a che l'impervia complicanza della logistica intricata, negli interni dei dungeon
nel cuore della battaglia campestre, accorra a designare il portale quale
alternativa di teletrasbordo fra epoche. E' dinamico, l'universo fantasioso - la
fantasia universale - del Chrono Trigger. A fronte dei tredici finali previsti in
sceneggiatura il gioco può cambiare direzione a comando di joypad per definire,
annunziare, profetizzare i nuovi metodi di assemblamento del JRPG moderno con tutti i Dragon
Quest VI e i Breath of Fire a fare da sparring di questa clamorosa
aggregazione di icone manga e visioni post-fantascientifiche vessate al romantico
industriale della macchina.
L'evocazione combinata delle tecniche di combattimento a
gruppi di tre in sistemi di evasione arma in pugno, non più schematica ma
flessibile, parzialmente libera nel fattore velocità, dice chiaro che la Squaresoft si è
voluta estendere oltre la scrittura del modello medievale e l'edificazione dello
schema a compartimenti in linee di dialogo predefinite. Si ha chiaro il fine da perseguire
e in che misura l'esplorazione geografica, che risulta essenziale ma esterna al
randomizzare per campi e per dadi, ingrasserà le statistiche del singolo componente della
compagnia del trigger, ingenua e multirazziale abbastanza da spaurire l'utente in
carne ex fruitore di dolciumi in salsa Enix, ottavo partecipante al tavolaccio del non
tempo imbandito per annichilire. Narcotizzare il gameplay. Suoni e grafiche superstar
muovono su di un Super Nintendo che sembra appartenere alla succedente generazione di
console, quella col CD. Quella che ancora non possedeva un esponente di genere. Uematsu e
Mitsuda ci avrebbero sguazzato nelle capienze dei supporti ottici, qualche anno dopo, ma
nel silicio del sedici bit possibilmente infiltrano un frammento del loro spirito, vi
imprimono un'aura di orchestre e solfeggi e spifferi che investe tutto, persino le
estetiche a tinte profonde della Fine Del Tempo, che vogliono straripare in più
di trecento pennelli viola e verdi, blu e rossi di cielo tonante e alberame fitto di pixel
ultradefiniti e magici come la Vecchia Foresta di J.R.R., come i velluti de In
Compagnia Dei Lupi visti in VHS, ieri l'altro. Chrono Trigger possiede la
fascinazione del grande cinema, l'incantesimo del gioco di ruolo cartuccia e fantasia,
l'autenticità di una software house ancora aggrappata agli eroi a otto bit di una volta,
alle novelle del drappello di impavidi che si appresta all'ignoto e che, giunta l'alba, si
dissolve.
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